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Uccisi
dalla barbarie, sepolti dal silenzio?
Testimonianze
autobiografiche di sopravvissuti omosessuali
di
Klaus Müller ©
In: Le ragioni di un silenzio. La persecuzione degli omosessuali
durante il nazismo e il fascismo. A cura del Circolo Pink. Verona 2002.
La
ricerca sull’Olocausto e la cultura del ricordo nei confronti delle
vittime della persecuzione nazionalsocialista si fondano su due
diverse forme di memoria: da un lato la ricerca storica, la quale
è sempre, attraverso il suo vincolo accademico, anche una forma
della memoria collettiva; dall’altro, la testimonianza individuale
degli stessi sopravvissuti, le loro testimonianze autobiografiche
e le loro interviste. La varietà di pubblicazioni storiche negli
ultimi anni ha mostrato che la ricerca storica sulle persecuzioni
degli omosessuali da parte dei nazisti ha elaborato una base sottile
ma solida, con l’aiuto della quale possono essere definiti progetti
di ricerca più avanzati
[1] .
Dove
sono però le testimonianze dei sopravvissuti? Quale ruolo svolgono
nel nostro lavoro commemorativo e, insieme, che funzione svolge
tale ricerca per loro
[2] ?
Si
stima che, in tutto il mondo, ci siano circa 15.000 interviste video
e audio con ebrei sopravvissuti. La “Survivors of the Shoah Visual
History Foundation” di Steven Spielberg ha accumulato, fino al marzo
2001, altre 51.478 nuove interviste con sopravvissuti, soprattutto
ebrei. Soltanto una piccola parte delle interviste deriva da colloqui
con membri di altri gruppi di vittime, a cui la “Shoah Foundation”
si è aperta dopo un anno dall’inizio del suo lavoro.
Il
numero delle interviste con sopravvissuti omosessuali è invece basso
in maniera avvilente e ciò vale come indizio della decennale indifferenza
rispetto al loro destino. Quattro video-interviste di storia orale
con sopravvissuti omosessuali si trovano nella collezione di storia
orale dello United States Holocaust Memorial Museum di Washington,
due interviste nella raccolta della “Shoah Foundation”. Queste ultime
coincidono comunque con le testimonianze dello U. S. Holocaust Memorial
Museum [3] . Né il “Fortrenoff Video Archive for Holocaust Testimonies
of Yale University”, né la collezione di storia orale del Museo
Yad Vashem di Gerusalemme dispongono di interviste con sopravvissuti
omosessuali. Un simile disinteresse contraddistingue anche le istituzioni
che intervistano, in Germania, testimoni di quel tempo.
Non
casualmente, sono stati allora presentati in anni recenti degli
importanti lavori nell’ambito del cinema documentario indipendente,
che ovviamente possono compensare soltanto parzialmente le carenze
delle istituzioni di ricerca e dei musei e che però hanno facilitato
un’ampia discussione pubblica.
Wir
hatten ein großes 'A' am Bein, di Joseph Weishaupt ed Elke Jeanrond
(We were marked with a big ‘A’, la versione inglese sottotitolata,
è stata da me curata nel 1993 per lo “U. S. Holocaust Memorial Museum”),
conteneva già nel 1991 tre interviste con sopravvissuti omosessuali
e gettava uno sguardo d’assieme sul tema.
Più
recenti sono i film documentari da me promossi e curati per la parte
storica: Paragraph 175, in cui ho intervistato cinque sopravvissuti
omosessuali [4] ,
e …but I was a girl (The Life of Frieda Belinfante, OLANDA,
1999), che si basa su una mia intervista con Frieda Belinfante,
una esponente lesbica della Resistenza in Olanda [5]. Il mio documentario Just happy the way I am si occupa
di questo tema con problematiche di tipo pedagogico [6] . In primo luogo Paragraph 175 – che
con le “prime” al Sundance e al Berlin Film Festival, e i numerosi
premi ebbe un’ampia eco nei media – diede al grande pubblico internazione
la possibilità di seguire per la prima volta i destini individuali
dei perseguitati omosessuali e di ascoltare le testimonianze dei
sopravvissuti.
Internet,
in quanto forma di comunicazione relativamente nuova, a partire
dalla fine degli anni ’90 ha sviluppato un importante luogo di discussione,
che però ha fornito finora soprattutto informazioni secondarie da
fonti già pubblicate. La rassegna on-line, da me realizzata per
lo U. S. Holocaust Memorial Museum, “Do you remember when”, è una
delle poche fonti primarie che non deriva da esposizioni on-site
o da pubblicazioni. Nella rassegna viene tematizzato il destino
individuale di due sopravvissuti ebrei omosessuali (www.ushmm.org.doyouremberwhen).
Che
sia filmata oppure on-line, la ricostruzione del destino delle vittime
omosessuali e dei sopravvissuti è marginale e può avere come conseguenza
soltanto quella di facilitare una integrazione di questo tema, sicuramente
a lungo termine, negli studi sull’Olocausto e sull’educazione.
Nelle
testimonianze letterarie si ha un’immagine simile. La loro molteplicità,
da parte di sopravvissuti ebrei, rende possibile un’immagine assai
differenziata della persecuzione individuale e collettiva. Pensiamoci
un attimo. Saremmo capaci di ricostruire la persecuzione nei confronti
degli ebrei europei senza le testimonianze di Elie Wiesel, Viktor
Klemperer, Anne Frank o Primo Levi? Saremmo in grado di formare
la memoria e il ricordo della persecuzione degli ebrei senza le
testimonianze, i ricordi e le riflessioni dei sopravvissuti, senza
le loro voci? Ciò è difficilmente immaginabile.
La
situazione con la quale ci dobbiamo confrontare, nella ricostruzione
della persecuzione nei riguardi degli omosessuali, è però questa.
Conosciamo
finora soltanto due testimonianze letterarie di sopravvissuti omosessuali:
Die Männer mit den rosa Winkel di Heinz Heger (1972) e Moi,
Pierre Seel, déporté homosexuel di Pierre Seel (1994).
Un
piccolo gruppo (meno di una quindicina) di documenti biografici,
per la maggior parte in forma anonima, sono stati pubblicati da
Lutz van Dijk (1991 e 1992) e Andreas Sternweiler (1993 e
1994); frammenti di intervista con sopravvissuti omosessuali, sei
testimonianze anche in questo caso anonime, sono riportate in un
volume di Hans-Georg Stümke e Rudi Finkler (1981). Nel confronto,
si tratta di modesto numero di testimonianze storiche [7] .
Parlare
delle esperienze dei sopravvissuti omosessuali vuol dire quindi
parlare del loro silenzio. Soltanto all’interno di una ricostruzione
di tale silenzio, imposto, potranno essere compresi coloro che malgrado
tutto non hanno fornito testimonianza.
Una
analisi delle “testimonianze dei sopravvissuti omosessuali” (mi
limito in ciò che segue alle testimonianze scritte dagli stessi
sopravvissuti) presenta tre false premesse, che vorrei problematizzare.
In primo luogo l’ipotesi che possiamo trattare il destino degli
uomini con il triangolo rosa e le loro esperienze dopo il 1945 in
maniera a-problematica, come qualcosa di collettivo. Fatemi determinare
il punto di partenza della mia argomentazione: più del 99 per cento
di tutti i sopravvissuti omosessuali non ci ha raccontato la loro
storia e non ce la racconterà mai. Essi restano soli con la memoria
e moriranno soli con essa
[8] .
Il
fatto che la ricerca storica possa fornire finora soltanto una stima
approssimativa del numero degli uomini internati, identificati come
omosessuali, con il triangolo rosa, parla da solo.
L’ipotesi
dell’esistenza di un gruppo di sopravvissuti omosessuali ignora
il carattere più significativo della loro vita dopo la liberazione:
il loro estremo isolamento. I sopravvissuti omosessuali si sono
raramente sentiti parte di un collettivo. Il silenzio loro imposto
dalle società del dopoguerra li ha atomizzati. La loro persecuzione
divenne destino individuale.
Sulla
seconda falsa premessa: quando li identifichiamo come gruppo di
perseguitati “omosessuali”, occultiamo la complessità storica delle
costruzioni dell’identità sessuale. La costruzione dell’omosessuale
come sessualmente diverso in termini di identità sociale deriva
dai discorsi medici e politici del xix secolo sulla degenerazione
e sulla perversione: un terreno fertile per una molteplicità di
identificazioni razziste e sessiste
[9] .
La
biologizzazione di questi pregiudizi culturali – quando si determinano
gli ebrei, gli omosessuali, gli zingari, i disabili come degenerazione
della natura – si rivela come un complesso causale del loro assassinio
cinquanta anni dopo e può essere una spiegazione per la condotta
passiva della popolazione tedesca nei confronti dell’omicidio di
massa.
Un
paragone per chiarire: la storia dell’antisemitismo incide, ma è
soltanto una parte della storia dell’ebraismo. La storia della sessualità
e della omosessualità è soltanto in parte la storia dei comportamenti
sessuali o degli atti sessuali. Essa diventa assai più efficacemente
caratterizzante rispetto a identificazioni sociali e significati
di ciò che è sessuale, che vennero e vengono, attraverso la storia,
proiettati su individui e gruppi.
La
discussione sul nazionalsocialismo si deve confrontare con questa
complessa eredità del razzismo; un razzismo diffuso attraverso il
linguaggio, attraverso le categorie. Da un lato non possiamo astrarre
dai gruppi sociali a cui appartiene l’individuo (omosessuale), che
vengono sussunti sotto identificazioni: motivo autentico del suo
o del loro internamento. È dunque problematico utilizzare in modo
automatico le categorie di identificazione (ebreo, omosessuale,
zingaro…), che i nazisti usarono per la divisione dei campi, negli
studi sull’Olocausto. Con ciò, facciamo ordine mediante delle etichette
sociali, che sono strettamente connesse con la storia del razzismo
e della costruzione dell’altro. Dall’altro, queste identificazioni
furono utilizzate, a partire dal XIX secolo, anche per la ricerca
di una positiva autodeterminazione di omosessuali. La storia della
emancipazione e repressione si sviluppava lungo questa linea di
identificazione sociale (spesso determinata) e di positiva formazione
dell’identità. L’etichetta “sopravvissuto omosessuale” si colloca
all’interno di questa ambivalente tradizione.
Sulla
terza falsa premessa: nel nostro bisogno di integrare immediatamente
i sopravvissuti omosessuali in una cultura della memoria, a cui
essi non partecipavano mai, li abbiamo designati come “sopravvissuti”.
Con “sopravvissuto” si sono rese le esperienze individuali e sociali
di coloro che sono scampati ai campi. Tuttavia c’è nel concetto
anche il riconoscimento sociale e collettivo del mondo esterno:
l’espressione di un serio rispetto nei riguardi del “sopravvissuto”
stesso. Nel concetto di “sopravvissuto”, come oggi viene applicato,
c’è il semplice e però assolutamente necessario riconoscimento del
torto sociale che toccò alle vittime del nazionalsocialismo.
Gli
uomini con il triangolo rosa non avevano mai fatto esperienza di
questo semplice riconoscimento. Li si è esclusi da tale cultura
della memoria. Furono trattati come criminali e pervertiti. La loro
dignità è stata a lungo distrutta nella società tedesca del dopoguerra.
Visti così, gli omosessuali, che lasciarono i campi nel 1945, non
sono dei “sopravvissuti”. Essi hanno unicamente sopravvissuto.
Ricostruzione
della situazione del dopoguerra
Per
comprendere sia il silenzio che il valore delle poche testimonianze
dei perseguitati omosessuali da parte del regime nazista, vorrei
innanzitutto delineare la situazione politica e giuridica dell’allora
prigioniero omosessuale: gli ambiti in cui possono essere intese
le poche testimonianze dei sopravvissuti. Mi limito a poche parole-chiave.
La storia del dopoguerra potrà sicuramente essere dettagliatamente
affrontata in altri contributi.
-
Tanto agli alleati quanto alle autorità tedesche del dopoguerra
la persecuzione degli omosessuali da parte dei nazionalsocialisti
era ampiamente nota, sia attraverso testimonianze di altri prigionieri
sia attraverso documenti nazisti.
-
Né nei processi di Norimberga, né nei successivi procedimenti giudiziari
contro i nazisti venne punita giuridicamente la persecuzione nei
confronti degli omosessuali. La forte ripresa della omofobia, alla
fine degli anni ’40, in Europa e negli Stati Uniti (McCarthy) impediva
l’analisi di questa forma specifica di ideologia nazionalsocialista
e di prassi persecutoria. Così fu anche impedita dalle molte linee
di continuità che, certamente non soltanto qui ma soprattutto rispetto
a questo tema, si concretizzarono prima e dopo il 1945. L’antisemitismo
dichiarato pubblicamente divenne un tabù dopo il 1945; ma l’avversione
nei confronti degli omosessuali non fu indagata. L’“omosessuale
come diverso” divenne simbolo della diversità e della persecuzione
e come figura di confine venne utilizzata da quasi tutti i gruppi
sociali come impronta politica nella loro pretesa di rispettabilità.
Anche le forze liberali nella Repubblica Federale Tedesca evitarono
a lungo di assumere la questione omosessuale come questione politica.
-
La revisione nazionalsocialista del Paragrafo 175, nel 1935, venne
adottata dagli alleati e successivamente dalle autorità federali
come diritto vigente. La Corte Federale Tedesca condannò, nel 1957,
questa ripresa di una legge nazionalsocialista con considerazioni
di “costume” e di politica demografica che in parte si ricollegavano
strettamente alle concezioni nazionalsocialiste.
-
Il primo movimento tedesco di lesbiche e omosessuali, sotto la guida
di Magnus Hirschfeld, fu distrutto dai nazisti. Negli anni ’50 e
’60 ci furono dei tentativi di collegamento, però falliti. Restarono
sullo sfondo gruppi di omosessuali privi di influenza.
-
Il secondo movimento tedesco di lesbiche e omosessuali non ha né
potuto né tentato con risolutezza di prendere contatto con i sopravvissuti.
In particolare, la radicalità politica degli anni ’70 e ’80 è a
esso estranea e risulta strana ai sopravvissuti.
-
Le vittime omosessuali vennero e vengono escluse dall’indennizzo
e dalla riparazione di guerra e sono considerate con precedenti
penali. Fino a oggi, l’indennizzo per gli omosessuali perseguitati
non c’è stato. Anche il riconoscimento dell’ingiustizia della loro
persecuzione da parte dei nazisti, realizzato da parte del Parlamento
Tedesco, non cambia niente rispetto al mancato risarcimento economico
e alla revisione giuridica del giudizio della Corte Federale del
1957. La deriva del confronto politico nelle dichiarazioni e nei
gesti simbolici impedisce un chiarimento economico e giuridico.
-
Le autorità penali federali ricominciarono con la persecuzione nei
confronti degli omosessuali e utilizzarono il Paragrafo 175, inasprito
dai nazisti nel 1935, come fondamento di diritto. Il dopoguerra
tedesco non è soltanto caratterizzato dalla mancata rielaborazione
storica, ma anche dalla continuità della persecuzione degli omosessuali.
Una rielaborazione giuridica ed economica della persecuzione deve
necessariamente mettere a tema la continuità giuridica, dopo il
1945, fino al 1969.
-
La ricerca storica e la cultura della memoria nei riguardi delle
vittime del nazionalsocialismo hanno taciuto per decenni la repressione
degli omosessuali operata dai nazisti, l’hanno negata e hanno contribuito
al silenzio nefasto nei confronti delle vittime e dei sopravvissuti.
All’inizio degli anni ’90, questa prassi fu interrotta dallo U.
S. Holocaust Memorial Museum e ciò contribuì in modo essenziale
alla progressiva integrazione del tema anche nei luoghi di commemorazione
e nei musei; una serie di luoghi commemorativi tedeschi ha organizzato
nel frattempo delle rassegne o ha costituito, come il Sachsenhausen,
una rassegna speciale in collaborazione con il Museo degli Omosessuali [10] .
-
Unicamente con il lavoro, in prevalenza, delle storiche lesbiche
e degli storici omosessuali fu analizzata la – differente – persecuzione
delle lesbiche e degli omosessuali. Ciò accade all’inizio degli
anni ’80 con Rüdiger Lautmann, Hans-Georg Stümke e Rudi Finkler,
Richard Plant e, dalla fine dello stesso decennio, con i lavori
di Günter Grau, Burckhard Jellonek, Lutz van Dijk, Claudia Schoppmann
e altri.
-
Dalla fine degli anni ’90 cresce la discussione pubblica sulla pluridecennale
negazione della persecuzione nei confronti degli omosessuali; caratterizzata
in maniera determinante dal lavoro dello U. S. Holocaust Memorial
Museum e dal film documentario Paragraph 175, coronato dal
successo, ma anche mediante il lavoro della “ Pink Triangle Coalition
”, dall’iniziativa di ricordo e di ammonimento a favore delle vittime
omosessuali, dalle rassegne dello Schwulen Museum e dalle ricerche
della “Magnus Hirschfeld Gesellschaft”
[11] .
Il
rischio del ricordo
Al
cospetto della continuità della persecuzione dopo il 1945, e della
criminalizzazione giuridica degli omosessuali, non può sorprendere
che le testimonianze dei sopravvissuti omosessuali potessero essere
compromettenti; infatti potevano presentarsi potenzialmente come
materiali di una futura persecuzione.
Omosessuali
e lesbiche vivevano, tra il 1945 e la metà degli anni ’60, in clandestinità.
I contatti avvenivano sempre con grande cautela. Nel 1969, in un
articolo pilota sull’abolizione del Paragrafo 175, lo “Spiegel”
riferiva, circa le condizioni di vita degli omosessuali in una cittadina
della Germania Occidentale: “Indirizzi e numeri telefonici di amici
imparati a memoria. Le lettere vengono immediatamente distrutte”.
“Se c’è un furto oppure ci succede qualcosa, la polizia viene a
casa – e non c’è nessuno che lo pone in rilievo”
[12] . La dissimulazione coatta del periodo nazista continuò
quasi ininterrottamente dopo il 1945. L’anonimato era un mezzo indispensabile
per poter vivere.
Al
di là del triangolo rosa come simbolo pluriennale della comunità
gay e lesbica, sappiamo molto poco sul destino individuale degli
uomini che lo portarono. L’invenzione nazista del triangolo rosa
divenne il simbolo internazionale dell’“orgoglio gay e lesbico”,
visto che non siamo perseguitati dai ricordi individuali e concreti
di coloro che furono costretti a portarlo. Il nostro ricordo è impersonale
[13] .
Proprio
per questo sono decisive le due testimonianze di omosessuali perseguitati,
in vista di una comprensione storica della persecuzione degli omosessuali
da parte del nazismo, che non può essere ricostruita soltanto attraverso
una analisi delle fonti dei responsabili. Gli atti degli archivi
della Gestapo o delle SS, atti giudiziari o elenchi provenienti
dai campi di concentramento, registrano sempre la disumanizzazione
dei perseguitati e non è quindi un caso che le ricerche si limitino
finora ad una ricostruzione delle persecuzioni di massa nei confronti
degli omosessuali sulla base delle fonti naziste, gettando appena
uno sguardo sulle conseguenze di tale persecuzione a livello di
destini e percorsi di vita individuali. Le testimonianze di Heinz
Heger e Pierre Seel sono fonti primarie per una nuova ricerca sul
nazionalsocialismo, che non voglia e debba appoggiarsi unicamente
alle fonti dei responsabili, e per una individualizzazione del nostro
ricordare: la persecuzione degli omosessuali da parte dei nazionalsocialisti
distruggeva le strutture collettive e però concerneva i singoli
esseri umani.
La
testimonianza di Heinz Heger
Nel
1972 venne pubblicato, da una piccola casa editrice tedesca, Die
Männer mit den rosa Winkel, il cui autore si firmava Heinz Heger [14] . Il libro descrive le esperienze
di un ventiduenne studente viennese, che fu arrestato nel 1939 a
causa di una infrazione rispetto al Paragrafo 175, venendo condannato
a sei mesi di prigione e poi deportato in un campo come “fermato
per ragioni di pubblica sicurezza”. Nel gennaio del 1940 fu deportato
a Sachsenhausen e costretto a lavorare nella fabbrica di trattamento
delle scorie. Nel maggio del 1940 fu trasferito al campo di concentramento
di Flossenbuerg, dove venne messo, con altri prigionieri con il
triangolo rosa, in un blocco speciale denominato 175. Durante il
trasferimento finale da Flossenbuerg a Dachau, nell’aprile del 1945,
fu liberato dalle truppe americane.
La
sua testimonianza divenne il simbolo della lotta per il riconoscimento
della persecuzione degli omosessuali da parte dei nazisti. La storia
nel libro definisce insieme anche le specifiche difficoltà di questa
lotta:
-
Il manoscritto fu terminato nel 1967-’68, ma trovò un editore soltanto
nel 1972. Nei primi tempi vendette molto poco e diventò invece un
grande successo nei tardi anni ’70 e ’80. La traduzione in diverse
lingue rifletteva poi il crescente bisogno della comunità gay e
lesbica di rendersi conto della propria storia.
-
“Heinz Heger” era uno pseudonimo. L’autore perseverò nel suo anonimato.
La sua identità restò ignota fino a poco dopo la sua morte. La lunga
anonimità dell’autore intaccò la credibilità della sua testimonianza.
Nel corso degli anni, il suo valore come documento storico fu messo
in dubbio in maniera crescente. Nel marzo 1994, “Heinz Heger” morì,
senza essere mai stato riconosciuto come vittima del regime nazista.
Il successo del suo libro gli era noto in modo assai limitato.
-
Ciò durò per ventidue anni, fino a quando la sua testimonianza rimase
l’unica a noi nota, finché Pierre Seel pubblicò le sue memorie.
Subito
dopo la morte di “Heinz Heger”, Kurt Krickler, membro dell'associazione
“Homosexuellen Initiative” in Austria, mi fornì il contatto con
il partner di Heger, Wilhelm Kröpfl, dal quale seppi il vero nome
dello stesso Heger, Josef Kohout, e la storia del libro. Soltanto
la ricostruzione della sua genesi ed infine la possibilità di verificare
le indicazioni di Kohout sulla base dei documenti del campo di Flossenbuerg
e di altri documenti privati, permise di determinarne l’autenticità
storica.
La
testimonianza di Kohout si concretizzò nel 1967-’68, con la collaborazione
di un amico. “Heinz Heger” era di fatto – così si potrebbe dire
–un doppio pseudonimo.
“Quindi
è arrivato il 1967-’68. Un nostro conoscente, che a sua volta conosceva
Josi dal 1936, mi chiese se Josi avesse avuto interesse a farci
incontrare con un’altra persona per raccontargli qualcosa sul periodo
in cui era stato nel campo di concentramento, dato che voleva scrivere
un libro sugli omosessuali internati. Josi mi chiese allora sinteticamente:
“Devo? ” La mia risposta fu: “Se ti fa piacere, certamente, tu hai
sempre voluto che qualcosa di scritto rimanesse fissato”. Così conoscemmo
il “signor Heinz Heger” (il signor Neumann). In questo incontro
fu concordato che il signor Neumann e Josi si incontrassero ogni
lunedì pomeriggio per circa due ore, per dei mesi, poiché erano
entrambi occupati nel servizio esterno dell’ufficio di una azienda
di cui curavano le proprietà e qui, al lunedì, Josi passava il mezzogiorno
in un piccolo “caffè della chiacchiera”. Così si realizzò, pensata
come esperienza comune degli omosessuali nei campi di concentramento,
la storia di Josi nel campo. Dopo che Josi fu pronto, nel 1967-’68,
con i suoi racconti, allora disse, molto, molto sollevato: “Finito”” [15] .
La
testimonianza di Kohout fu un tentativo tardivo di essere riconosciuto
come vittima. Nel 1946, Josef Kohout aveva richiesto l’indennizzo.
Venne però informato da uno dei suoi compagni del periodo di prigionia
- membro del “Komitees der ehemaligen Gefangenen von Flossenbürg”
(“Comitato degli ex prigionieri di Flossenbürg”), decisivo per le
domande di indennizzo - che a lui, che aveva portato il triangolo
rosa, non spettava niente. I suoi sei mesi di pena detentiva furono
così cancellati, su sua istanza, dalla pratica di polizia che lo
riguardava. E per gli anni nei campi le autorità austriache attestarono
la loro non competenza. Quando Kohout andò in pensione, gli furono
tolti i sei anni di Sachsenhausen e Flossenbürg – a differenza del
calcolo pensionistico fatto per le prime cariche all’interno dei
campi. Passarono sette anni prima che il Ministero Sociale facesse
la prima – e a lungo unica – eccezione, ricalcolando la sua pensione.
La sua richiesta di indennizzo venne comunque respinta, dato che
egli non era “vittima dell’ingiustizia nazionalsocialista”.
La
testimonianza di Kohout viene determinata da due condizioni storiche:
1.
La mancanza di ricerca storica in quest’ambito pesa enormemente
sul libro. Questo non era soltanto l’unica testimonianza di un sopravvissuto
omosessuale, ma anche l’unica documentazione storica della persecuzione
degli omosessuali da parte dei nazisti.
2.
La testimonianza di Kohout è necessariamente segnata dal clima del
dopoguerra e dal non riconoscimento della persecuzione nazista degli
omosessuali. Il suo libro cerca argomenti con l’aiuto dei quali
si possa contestare questo mancato riconoscimento. Memorie personali,
ricerca storica, discorso politico: la testimonianza di Kohout è
determinata dalla separazione tra queste tre condotte di scrittura
e dalla sua posizione all’interno di un contesto pubblico avverso.
Una
breve descrizione
Diverse
prospettive narrative determinano il testo: I. la sua sofferenza
individuale; II. la presentazione di ciò come destino tipico di
un prigioniero omosessuale; III. gli appelli diretti al lettore
e alla sua coscienza.
I.
“Allora andò in frantumi un mondo dentro di me, il mondo dell’amicizia
e dell’amore per il mio amico Fred” (p.17). Così Kohout descrive
la prima reazione all’arresto. Kohout venne educato in una famiglia
cattolica. Egli ricorda i suoi studi come un periodo sereno e con
il suo amico Fred progettava piani per il futuro. Sua madre lo sosteneva
nel suo coming-out. Questo sostegno materno contraddistingueva
la sua forza di resistenza:
“Che
depravato e nemico del popolo ero? Avevo amato un amico, un uomo,
non un minorenne, bensì un adulto di 24 anni!” (pp. 23-24).
II.
Quanda parla sui lunghi anni nei campi di concentramento, Kohout
utilizza spesso la forma del noi: “(…) noi, gli uomini con il triangolo
rosa” (p. 33). Anche il destino di altri prigionieri non viene tralasciato.
Kohout descrive le complesse relazioni tra i diversi gruppi di prigionieri:
la rivalità tra gli internati “politici” e quelli “criminali” rispetto
al ruolo del kapò; le affinità dei brutali comportamenti delle SS
nei confronti degli ebrei e degli omosessuali; il rifiuto dei Testimoni
di Geova di frequentare il bordello del campo; l’uccisione di centinaia
di prigionieri di guerra russi.
III.
Qualche volta con domande dirette, Heger si rivolge al lettore,
offrendogli simpatia e giudizi morali:
“(…)
ma perché rimaniamo noi omosessuali così di fronte al disumano,
perché siamo ancora perseguitati e imprigionati dai tribunali come
ai tempi di Hitler?” (p.169).
In
ogni modo la sua storia è – proprio perché è la storia di un sopravvissuto
– la storia di una minoranza di prigionieri omosessuali. Quando
Kohout descrive le strategie di sopravvivenza, egli ricade nella
forma dell’io. Il suo sopravvivere non si basa soltanto su una condotta
spirituale (“Ero ossessionato da un pensiero: voglio vivere! Voglio
sopravvivere!”, p. 45), ma anche sullo scambio di favori sessuali
per l’ottenimento della protezione dei kapò.
“Per
due giorni scampai, come per miracolo, alla pioggia delle pallottole
del tiro di addestramento, dato che un kapò, un ‘verde’, mi fece
l’offerta di assegnarmi unicamente allo spalamento della terra sulle
carriole nel caso che volessi diventare, per il suo piacere, il
suo amico. Non sarei così più rimasto sul terrapieno del campo di
tiro, in balia delle pallottole dei tiratori delle SS. (…) Perché
non avrei allora dovuto utilizzare una chance che sicuramente mi
degradava, ma che mi salvava la vita?” (p. 53).
Visto
che Flossenburg era completamente amministrata da kapò “criminali”,
e che Kohout venne protetto da diversi di questi ultimi in cambio
di favori sessuali, egli sopravvisse. La sessualità, così come egli
la descriva apertamente e oggettivamente, diventò merce all’interno
della gerarchia del campo. La maggior parte dei kapò utilizzava
la propria posizione per offrire protezione ai “propri giovani”,
quando questi erano disponibili. Queste relazioni non erano sentite
come “omosessuali”, bensì come una sorta di sessualità coatta.
“Il
comportamento di due ‘normali’ dello stesso sesso venne liquidato
come una pratica di compensazione; se lo stesso veniva però fatto
in accordo da due omosessuali, allora era una ‘porcata’, una ‘schifosa
e ripugnante faccenda’” (p.78).
Naturalmente
i contatti nel sistema del campo restavano molto pericolosi, sia
quando venivano scoperti dalle SS sia come mezzo politico nel conflitto
di potere tra prigionieri “politici” e “criminali”.
“Dato
che ogni colpa omosessuale, se poteva essere dimostrata, veniva
punita pesantemente per entrambe le parti, allora la maggior parte
aveva come conseguenza la morte” (p. 66).
Questo
sistema – sfruttamento sessuale versus aumento delle possibilità
di sopravvivenza – si modificò subito dopo l’introduzione, nel 1943,
del bordello del campo, nel quale le prigioniere da Ravensbrück
erano costrette a prostituirsi. A queste ultime era stato promesso
una scarcerazione dopo un certo periodo di tempo.
“Ma
per loro non arrivò la libertà, bensì la liquidazione nel campo
di annientamento di Auschwitz, consumate del tutto da quasi duemila
“atti d’amore”, che avevano dovuto sopportare per sei mesi”.
“Già
nel primo giorno, all’“apertura” del bordello, cento prigionieri
marciarono alle cinque del pomeriggio verso lo speciale edificio,
che era aperto per loro fino alle ventuno. E questo numero di frequentatori
non è quasi mai diminuito, in nessun giorno. Se si osservavano questi
prigionieri, che marciavano sorridenti e lieti in direzione del
bordello, si vedeva che non c’erano soltanto uomini sempre ‘in tiro’
– come potevano essere i kapò o i capisquadra - , ma anche figure
disperate, relitti umani, uomini emaciati e sfiniti, in bilico tra
la vita e la morte e ridotti come se dovessero crollare morti da
un momento all’altro, che però ancora volevano trarre il loro ‘piacere’
dalla ‘donne’. Un chiaro esempio che la sessualità è la pulsione
più potente del corpo umano” (p.139).
La
sessualità è un tabù nelle memorie dei sopravvissuti e nella ricerca
sull’Olocausto. È degno di nota che Kohout descriva così chiaramente
il sistema dello sfruttamento sessuale come mezzo di scambio. Attraverso
le sue osservazioni, Kohout inquadra la sessualità nella sua funzione
all’interno della gerarchia del campo e descrive l’utilizzo del
relativo potere esercitato dai capi e dai gruppi di prigionieri
in concorrenza. Il comportamento sessuale nel campo è appena un’espressione
dell’orientamento sessuale: i kapò avevano contatti sia etero, sia
omosessuali. I giovani erano eterosessuali o omosessuali, senza
che questo giocasse un ruolo nella questione del servizio sessuale.
Le donne di Ravensbrück furono costrette a prostituirsi. I pregiudizi
ben documentati rispetto ai prigionieri omosessuali non avevano
alcuna influenza sul fatto che i prigionieri eterosessuali intrattenevano
relazioni omosessuali, giustificandolo come necessità sessuale.
Per
i kapò, questa mercificazione della sessualità aveva senza dubbio
una funzione sessuale. Per i “giovani”, la sessualità era una questione
di sopravvivenza in un universo in cui essi avevano pochi altri
mezzi. Come tutto nel campo, anche la sessualità era definita attraverso
il suo valore per la lotta di sopravvivenza. Soltanto di rado la
sessualità era dunque espressione di simpatia e di inclinazione.
Pierre
Seel: la perdita dell’identità (memoria)
Nel
1994 Pierre Seel pubblicava le sue memorie: “Moi, Pierre Seel, déporté
homosexuel” [16] .
Egli iniziò la sua testimonianza, in partenza anonima, dopo che
ebbe ascoltato, durante una lettura, un sunto del libro di Heinz
Heger. Pierre Seel nacque nel 1923 a Mülhausen, una città industriale
dell’Alsazia. L’Alsazia-Lorena fu annessa dalla Germania nel 1940.
Nel giugno dello stesso anno i nazisti iniziarono le retate nei
confronti degli “elementi socialmente indesiderati”, come mendicanti,
ruffiani, omosessuali o zingari. Nel maggio del 1941, la Gestapo
convocò l’allora diciottenne Pierre Seel e lo interrogò sulle sue
relazioni omosessuali, sui suoi “rimorchiamenti” nelle piazze e
sui suoi contatti con la resistenza. La sua incarcerazione sembra
essersi basata su una lista rosa approntata dalla polizia francese.
Tale lista era stata richiesta dalla Gestapo con una disposizione
inviata in precedenza a tutte le stazioni di polizia
[17] .
Pierre
Seel venne internato per sei lunghi mesi nel campo di concentramento
di Schirmeck, fino al termine del 1941. Poi, come migliaia di altri
alsaziani, fu costretto a combattere, agli ordini di un ufficiale
tedesco, al fronte russo. Dopo varie traversie, attraversando i
Balcani, giunse a Varsavia, dove venne arrestato dalle truppe russe
e successivamente liberato.
Pierre
proveniva da una famiglia cattolica molto repressiva. Dopo il suo
ritorno da Schirmeck, fu accettato nuovamente dalla sua famiglia
alla condizione di non parlare mai dei motivi della sua incarcerazione
– la sua omosessualità – e quindi del periodo nel lager.
“Il
silenzio che mio padre impose rispetto alla mia omosessualità, dopo
il mio ritorno in famiglia dal campo di Schirmeck, restò in vigore:
nessuna confidenza da parte mia, nessuna discussione da parte loro.
Tutti agivano così, come se non fosse successo niente “ (p.107).
“Ritornai e restai come una figura incerta: evidentemente non avevo
ancora capito che ero rimasto in vita. Gli incubi mi affliggevano
di giorno e di notte, mi esercitavo al silenzio” (p.103).
Il
silenzio divenne un modo di vivere.
“Gli
stimati borghesi omosessuali della mia città natale erano tutti
ritornati. Evidentemente non avevano sofferto sotto l’occupazione.
Non dicevano una parola e non davano alcuna spiegazione. Non c’era
nessuna discussione pubblica su ciò che era accaduto agli omosessuali.
Niente, assolutamente niente mi venne in aiuto nel mio silenzio”
(p.104).
Cinque
anni dopo la fine della guerra, nel 1950, Pierre si sposò, nacquero
tre bambini; un ultimo tentativo di vivere una vita normale. In
una intervista così si spiegò:
“La
pressione sociale e familiare era molto grande. Forse volevo dimostrare
qualcosa a me stesso. Ma non era facile, per il semplice motivo
che la mia omosessualità naturalmente non spariva affatto. Un peso
ulteriore era che mia moglie sapeva della mia deportazione, ma non
delle sue vere cause. Conservare un tale segreto di fronte a delle
persone che ti sono vicine, è un grande onere. È difficile da sopportare” [18] .
Soltanto
dopo il fallimento del suo matrimonio - non raccontava mai a sua
moglie perché era stato in un campo - e un periodo di grande depressione,
egli infranse quel silenzio che si era imposto. Fu in particolar
modo il ricordo dell’assassinio del suo amico Jo a non abbandonarlo.
“Ancora
esito a parlare della prova, che per me fu la peggior cosa, sebbene
si fosse verificata nelle prime settimane della mia prigionia. Essa
contribuì, più di qualsiasi altro fatto, a fare di me un’ombra silenziosa,
obbediente in mezzo alle altre.
Un
giorno ci fu ordinato dall’altoparlante di riunirci nella piazza
d’armi. (…) Di fatto questa volta ci aspettava un esame completamente
diverso, doloroso, cioè una esecuzione. Un giovane, tenuto ai lati
dalle SS, fu portato nel mezzo del quadrato. Colmo di orrore, riconobbi
in quel giovane Jo, il mio caro amico da quando avevo diciotto anni.
Fino a quel punto non mi ero mai incontrato con lui nel campo. Era
arrivato prima o dopo di me? Un paio di giorni prima della mia convocazione
da parte della Gestapo non potemmo vederci. Restai impietrito dall’orrore.
Avevo pregato che potesse essere scampato ai rastrellamenti, alle
liste, alle umiliazioni. Ma era là, di fronte al mio sguardo impotente
e i miei occhi si riempivano di lacrime. Rispetto a me non aveva
consegnato nessuna busta pericolosa, non aveva strappato manifesti
e non aveva neppure sottoscritto appelli. E tuttavia era stato arrestato
e ora veniva condotto a morte, (…) Dagli altoparlanti fu diffusa
poi musica classica, mentre gli uomini delle SS lo spogliavano.
Poi gli fu messo con forza la testa dentro un secchio di latta e
gli furono aizzati contro i feroci cani da guardia del campo, i
pastori tedeschi. Fu morso subito al basso ventre e sulle gambe,
prima di sparire dalla nostra visione. Le sue grida di dolore venivano
amplificate e alterate dalla latta che gli copriva la testa. Con
occhi fissi, spalancati di fronte a così tanto orrore, il volto
rigato dalle lacrime, pregavo fervidamente che potesse perdere al
più presto conoscenza.
Da
allora mi sveglio spesso di notte urlando dal terrore. Da più di
cinquant’anni quella scena ritorna davanti ai miei occhi. Non dimenticherò
mai il barbaro omicidio del mio amico. Di fronte a me, al nostro
sguardo. Poiché vi erano centinaia di testimoni oculari. Perché
tacevamo sempre?” (pp. 51-53).
L’omicidio
di Jo è il motivo centrale della testimonianza di trentacinque anni
dopo. Ma il ricordo non è facile da fissare:
“Dimenticare?
Rimuovere? È come se avessi concentrato, nelle grinfie dei nazisti,
tutta la mia volontà soltanto sul pensiero di sopravvivere e non
su quello di ricordare. Mi sono rimasti da raccontare soltanto dei
frammenti accidentali, il cui disordine mi rende incerto” (pp. 61-62).
“Ma
così come mi capita di raccontare commosso, con tenerezza e semplicità,
della vita dei miei genitori, lo stesso spontaneamente non mi riesce
con il ricordo di che cosa significasse per me personalmente quel
periodo. Subito ritornano le cose dolorose. È come se avessi spento
il mio canto di bambino, la mia felicità, nel momento in cui conservo
soltanto il ricordo di fatti angoscianti” (p. 11).
Seel
descrive momenti di totale perdita d’identità, che vuol dire anche
perdita della memoria:
“Detto
più precisamente, egli mi riconosceva, poiché allora soffrivo di
un calo di memoria che mi dava molto da fare. Egli doveva convincermi
di questo, che ero veramente il figlio del pasticciere Seel. Gli
mostravo le mie poche foto di famiglia. Le commentava. Dato che
viaggiavo senza bagaglio, mettevo così assieme un paio di brandelli
della mia identità distrutta” (p. 94).
Il
silenzio coatto, dopo la sua liberazione, aveva intaccato la sua
identità. Le annotazioni un po’ felici nelle sue “memorie” si trovano
dopo che si era confidato con sua madre, poco prima della morte
di quest’ultima. In ogni modo, questo riconquistato sentimento di
sé fu subito perso con questa morte.
“Quando
lei se ne andò, portò con sé il ricordo della mia deportazione,
della mia omosessualità e dell’omicidio di Jo; in seguito si realizzò
una frattura nella mia vita e la mia memoria restò sepolta con colei
che mi aveva compreso, che mi avevo reso possibile il ricordare”
(p.114).
La
sua autoestraniazione appare come una caratteristica comune a molti
sopravvissuti, tanto che la possiamo ricavare dall’intervista. Il
suo ambiente distruttivo si traduce in autodistruzione:
“Nel
quartiere si sussurrava: ‘Quello è l’uomo che piange’. Cioè avevo
messo a punto l’acquisto di generi di conforto; quando tornavo dal
lavoro, senza togliermi il cappotto e con il cappello ancora sulla
testa, tiravo fuori dalla busta della spesa delle bottiglie di vino
rosso e bevevo fino a crollare. Ciò non aveva niente a che fare
con il piacere, ma era un modo, lento e però sicuro, di farla finita”
(p.135).
Ma
Pierre Seel riguadagna una capacità che è andata perduta nella maggior
parte dei sopravvissuti: quella di poter parlare sui ricordi dolorosi.
La sua lotta aperta e le reazioni di fronte al suo coraggio lo salvano:
“Mi
garantivo ciò che mi infondeva sicurezza. Improvvisamente mi sentivo
circondato da una nuova stima nei confronti della mia identità.
Potevo nuovamente guardarmi negli occhi. Indubbiamente perché avevo
da risolvere, da quel momento, un compito: imporre il riconoscimento
della deportazione degli omosessuali” (p.145).
La
sua esposizione pubblica acquisisce con gli anni dei chiari obiettivi
politici. Ma ciò ha inizio con una battaglia per la propria identità
e per la facoltà di ricordare. Pierre Seel prosegue la sua lotta
negli anni ’80, con apparizioni televisive, partecipazioni a dibattiti
pubblici e con una lettera al Presidente Mitterand, in cui invita
a documentare i crimini nazisti contro gli omosessuali e a non tollerare
più incidenti nelle occasioni commemorative, nelle quali di tanto
in tanto veniva impedito di partecipare ai gruppi di omosessuali.
“Ciò
che mi ferisce e mi motiva, è da fare. Cosa vuole significare? Non
ci sono buoni o cattivi deportati! Venimmo tutti deportati per motivi
politici, a causa della sistematica imposizione del regime nazista.
Nessuno può dubitare di ciò. Oppure dobbiamo parlare del revisionismo!
No, inizio ad appellarmi a tutti questi gruppi e politici: essi
devono riconoscere come tale la persecuzione nei confronti degli
omosessuali e condannare l’Olocausto. I crimini dei nazisti non
possono restare ignorati e impuniti oppure, ancora peggio, completamente
dimenticati! Coloro che sono sopravvissuti, devono testimoniare.
Soltanto i sopravvissuti possono fondare il ricordo dei morti, la
nostra memoria” [19] .
I
suoi ricordi mirano, come quelli di Kohout, a un riconoscimento
pubblico della persecuzione nazista nei confronti degli omosessuali
e però si differenziano dalla testimonianza di Kohout:
-
Le memorie di Seel non si limitano agli anni 1933-1945. Esse descrivono
gli “anni della vergogna”, il suo dopoguerra, e terminano nel 1993.
-
La sua storia – pensata come quella di Heger per rappresentare il
destino generale degli omosessuali – si distingue ancora. Seel racconta
la sua storia dalla prospettiva odierna e può fare affidamento sulla
letteratura di ricerca. Egli non racconta soltanto a noi, ma anche
a se stesso le conseguenze del silenzio sulla sua vita dopo il ’45.
La sua perdita di identità nelle esperienze di Schirmeck e il decennale
silenzio diventano il tema proprio dei suoi ricordi. Le sue memorie
vanno fin dove può una autobiografia: racconta a partire dalla posizione
di una ritrovata identità, quella del Pierre Seel di oggi, che cerca
di comprendere la distruzione della sua identità. “Avevo diciotto
anni, di fatto non avevo età. Il mio amico era morto, di me i nazisti
avevano fatto un relitto” (p.57). Il titolo inglese dell’autobiografia,
I, Pierre Seel, Deported Homosexual,
è accompagnato da questo sottotitolo: A Memoir of Nazi Terror’.
Video-interviste/Esperienze
di interviste
Vorrei
affiancare all’analisi delle due testimonianze letterarie alcune
esperienze raccolte negli ultimi anni attraverso le interviste con
Gad Beck, Tiemon Hofman, Stefan K., Frieda Belinfante, Karl G.,
Friedrich-Paul von Groszheim, Kurt von Ruffin, Karl Lange, Gorge
Havas, Wilhelm Kröpfl, Richard Plant, Rolf Hirschberg, Ernst Scholem
e Georg Heck. Le video-interviste con i sopravvissuti, da me fatte
negli ultimi anni, sono disponibili nelle collezioni dello U. S.
Holocaust Memorial Museum, della “Shoah Foundation” e nel documentario
Paragraph 175.
-
Il mancato riconoscimento della persecuzione nazista nei confronti
degli omosessuali ha reso più difficile e in parte impossibile l’elaborazione
delle esperienze di prigionia e dei campi. L’incredibile mortificazione
del sopravvivere e dell’essere poi trattati come criminali dalla
società del dopoguerra ha provocato in alcuni sopravvissuti delle
persistenti conseguenze fisiche e psichiche. Le difficili opportunità
di impiego a causa della “condanna al campo”, l’impoverimento economico
dovuto al mancato risarcimento e alle pensioni ridotte degli anni
del lager, contraddistinguono la situazione esterna. La profonda
sofferenza personale, il completo isolamento e l’amarezza impotente
di fronte alla giustificazione da parte delle autorità federali
del torto da loro subito, determinano i ricordi.
-
L’esperienza di vita dei sopravvissuti omosessuali è che la loro
persecuzione era e rimane statualmente legittimata. Non esperiscono
simpatia collettiva o protezione. È molto difficile per loro interrompere
un lunghissimo silenzio.Soltanto con difficoltà i sopravvissuti
acquisiscono oggi la fiducia per testimoniare a tutti le loro esperienze
di vita; per raccontarci la loro storia, che per cinquant’anni dovettero
penosamente nascondere, non appena qualcuno vi accennava. Soltanto
di recente la situazione di vita di alcuni sopravvissuti è migliorata,
quando si sono concretizzati contatti storici con individui e/o
gruppi di sostegno. Tuttavia ancora oggi ci sono sempre dei momenti
nelle interviste in cui i sopravvissuti si interrompono, poiché
pensano che tutto ciò non interessi a nessuno.
-
Le poche interviste, che ancora oggi possiamo fare, sono testimonianze
decisive sulle persecuzioni individuali e collettive. Dopo quasi
cinquanta anni di silenzio, il loro numero si limita, nel migliore
dei casi, a 10 o 15. La descrizione storica della persecuzione nazionalsocialista
nei confronti degli omosessuali può dunque essere ricompresa soltanto
in modo assai ridotto mediante le interviste con i testimoni di
allora. Le interviste restano eccezioni. Le video-interviste proietteranno
nel futuro, in modo determinante, la nostra immagine della storia
e comprenderanno parzialmente la posizione dei sopravvissuti. La
quantità minima di testimonianze omosessuali perpetuerà la marginalizzazione
della persecuzione degli omosessuali nella ricerca sull’Olocausto,
in particolare nella documentazione sull’Olocausto per le scuole
e le università. Tuttavia le interviste nel film documentario Paragraph
175 hanno contribuito negli ultimi anni ad una maggiore consapevolezza
del destino individuale dei sopravvissuti.
-
I sopravvissuti omosessuali si sono presentati soltanto un’unica
volta collettivamente, fuori dal loro isolamento, a livello di sfera
pubblica. Cinquanta anni dopo la loro liberazione, essi hanno sottoscritto
un memorandum pubblico dei sopravvissuti omosessuali, in cui essi
chiedono il riconoscimento politico dei perseguitati omosessuali
come vittime del regime nazista. La dichiarazione è stata sottoscritta
da otto sopravvissuti di quattro Ländern (Stati-Regione federali)
ed ha avuto una qualche attenzione negli Stati Uniti attraverso
un articolo del “New York Times” [20] .
“Dichiarazione
dei sopravvissuti omosessuali per il cinquantenario della loro liberazione.
50
anni fa venimmo liberati, dalle truppe alleate, dai campi di concentramento
e di prigionia nazionalsocialisti. Ma il mondo, che noi avevamo
sperato, non si avverò.
Dovemmo
perciò nasconderci e ci esponemmo a nuove persecuzioni. Il Paragrafo
nazista 175 del 1935, anti-omosessuale, rimase valido fino al 1969;
le retate non erano una rarità. Alcuni di noi – liberati dai campi
– furono condannati di nuovo a lunghe pene detentive.
Sebbene
alcuni sopravvissuti tentassero di sostenere fino alla Corte federale
il nostro riconoscimento come perseguitati dal regime nazista, non
fummo però riconosciuti come tali e venimmo esclusi dal risarcimento
economico a favore delle vittime del nazionalsocialismo. E il sostegno
nazionale e la solidarietà dell’opinione pubblica non esistevano
per noi. Nessun nazista delle SS è mai stato ritenuto responsabile
in tribunale per l’omicidio di un omosessuale. Ma i primi appartenenti
alle SS ricevono oggi per il loro “lavoro” una pensione, mentre
a noi non vengono riconosciuti gli anni dei campi e così non vengono
calcolati per la pensione.
Oggi
siamo troppo vecchi e stanchi per lottare per il riconoscimento
del torto che ci è stato inflitto. Molti di noi non osano parlare
di ciò. Molti di noi sono morti soltanto con ricordi colmi di tormento.
Abbiamo atteso a lungo ma invano un chiaro gesto politico ed economico
del governo tedesco e della Corte federale.
La
nostra persecuzione è appena menzionata oggi nelle scuole e nelle
università. Anche nei musei e nei luoghi di commemorazione qualche
volta non veniamo neppure nominati come gruppo perseguitato.
Oggi,
cinquant’anni dopo, ci rivolgiamo alla giovane generazione e a tutti
coloro che non si vogliono far guidare dall’odio e dai pregiudizi.
Ci diano una mano a difenderci da una memoria della persecuzione
degli omosessuali da parte dei nazisti ancor sempre incompleta e
viziata da pregiudizi. Non fateci mai dimenticare, così come agli
ebrei, zingari, testimoni di Geova, massoni, disabili, prigionieri
di guerra russi e polacchi, omosessuali e a molti altri, i torti
subiti. Fate che noi si impari dalla storia e la generazione più
giovane di donne e uomini omosessuali sostenga così le ragazze e
i ragazzi a condurre la loro vita, con dignità e rispetto, insieme
ai loro partner, amici e famiglie. Senza memoria non c’è futuro”.
Conclusioni
1.
Cinquant’anni dopo la liberazione dai campi i ricordi dei sopravvissuti
sono al centro della cultura della memoria. Ogni cultura viene caratterizzata
anche attraverso i suoi limiti, ogni discorso anche attraverso ciò
che non dice. La posizione degli uomini con il triangolo rosa, in
riferimento a questa cultura della memoria, è quella di un silenzio
quasi assoluto. La loro vergogna, il loro senso di colpa, la continuità
della loro persecuzione, il loro isolamento e il loro silenzio su
tutto ciò: questa è la loro storia.
2.
Joseph Kohout e Pierre Seel ci rendono possibile il gettare degli
sguardi non ordinari sui motivi di tale silenzio e sulle conseguenze
che quest’ultimo aveva su di loro. Entrambe le testimonianze sono
scritte per acquisire nuovamente una identità. Entrambi scrivono
contro il mancato riconoscimento della persecuzione. In entrambe
le famiglie il periodo del campo risultava un grande tabù. Ma le
loro esperienze del campo si distinguono in maniera notevole. Kohout
sopravvive sulla base di un sistema di sfruttamento sessuale in
cambio della protezione. Seel non ricorda nessuna attività sessuale
a Schirmeck: “In quel luogo non c’era posto per pensare a desideri.
Una silhouette non ha né sogni né sessualità” (p. 47). Kohout aveva
una famiglia molto protettiva, Seel – rispetto alla sua omosessualità
– un retroterra familiare avverso. Le loro testimonianze rendono
possibile uno sguardo sulle esperienze dei sopravvissuti omosessuali,
sarebbe però enfatico designare le loro storie come storia dei sopravvissuti
omosessuali. Le loro storie sono l’eccezione alla regola del silenzio.
3.
Il loro silenzio dura non soltanto per il periodo della persecuzione,
ma anche dopo il 1945. Il Governo federale fino ad oggi non ha riconosciuto
gli uomini con il triangolo rosa come vittime del regime nazista
e con ciò contribuisce notevolmente all’isolamento dei perseguitati
omosessuali. Il giudizio della Corte federale del 1957 è ancor sempre
valido. Alla cultura politica in Germania, prima all’Ovest e all’Est,
ora nella riunificazione, manca proprio una coscienza storica delle
persecuzioni degli omosessuali da parte dei nazisti, così come è
assente una consapevolezza della propria colpa rispetto alla continuazione
della criminalizzazione e discriminazione dopo il 1945. La cultura
tedesca della memoria nei confronti delle vittime del nazionalsocialismo
è ancor sempre caratterizzata da una “gerarchia delle vittime”.
4.
Una inchiesta condotta nel 1993 dal Comitato ebraico-americano ha
accertato che soltanto la metà degli adulti in Gran Bretagna e un
quarto di quelli statunitensi erano a conoscenza che gli omosessuali
furono vittime del regime nazista. La cultura della memoria nei
riguardi delle vittime del nazismo e la ricerca storica hanno rinunciato
per molto tempo a guardare agli uomini con il triangolo rosa. “Fuori
da qui, pervertiti!”, così urlò un disturbatore alla prima funzione
commemorativa Memorial Museum Yad Vashem di Gerusalemme, il 30 maggio
1994: e questo è soltanto uno dei molti incidenti durante le numerose
funzioni commemorative. La partecipazione di gruppi omosessuali
fu spesso impedita da violenze poliziesche. La cultura della memoria
rispetto alle vittime del regime nazista è aperta oppure omofobica
o segnata da pregiudizi così come la cultura generale da cui proviene.
La memoria delle vittime omosessuali e lesbiche del regime nazista
era ed è ancora oggi determinata da un clima di pregiudizi e conflitti
che rende difficile sviluppare forme appropriate di memoria. La
ricerca sull’Olocausto si è affermata e istituzionalizzata come
ambito della ricerca storica e in tale ambito – le sue opere-standard,
le sue enciclopedie, le sue documentazioni, i suoi archivi, le sue
raccolte di interviste di storia orale – la persecuzione degli omosessuali
da parte dei nazisti è poco più che marginale e così resterà.
5.
Sebbene il triangolo rosa sia da decenni il simbolo della comunità
gay e lesbica, sappiamo molto poco sul destino individuale degli
uomini con tale triangolo. La trovata nazista del triangolo rosa
è diventata il simbolo internazionale dell’“orgoglio gay e lesbico”,
dato che non siamo perseguitati da ricordi individuali e concreti
di coloro che furono costretti a portarlo. La nostra memoria è impersonale.
Se qualcosa viene quindi mutato dalle testimonianze di Kohout e
di Seel, ciò è proprio il carattere anonimo della nostra memoria
storica.
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Rosa Winkel, Berlin.
Sternweiler
A., 1994. Und alles wegen der Jungs. Pfadfinderführer und
KZ-Häftling: Heinz Dörmer, Verlag Rosa Winkel, Berlin.
Stümke
H.-G., Finkler R., 1981. Rosa Listen, rosa Winkel. Homosexuelle
und "gesundes Volksernpfinden" von Auschwitz bis heute,
Reinbek bei Hamburg, Rowohlt.
Weinraub
J., 1994. Trias of the Pink Triangle: Historian Klaus
Mueller, Documenting the Nazi Torment of Gays, “Washington Post”,
6 giugno.
Notes
[1] Molti lavori storici sulla persecuzione degli omosessuali da
parte del nazionalsocialismo sono apparsi negli ultimi anni. Cfr.:
J. Boisson, 1988; B. Jellonek, 1990; M. Berenbaum (ed), 1990;
C. Kranich, Kaminski M. (hgb), 1990; M. Consoli, 1991; C. Schoppmann,
1991; C. Schoppmann (ed), 1991; I. Kokula, U. Böhmer, 1991; C.
Limpricht, J. Müller, N. Oxenius (hgb), 1991; W. Röll, 1991; Justizbehoerde
Hamburg (hgb), 1992; R. Hoffschildt, 1992; G. J. Giles, 1992;
G. Grau, 1993; D. A. Hackett (ed.), 1995; P. Koenders, 1996; C.
Schoppmann, 1996; F. Sparing, 1998; R. Hoffschildt, 1999; KZ-Gedenkstaette
Neuengamme (hgb), 1999; Heinrich-Böll-Stiftung (hgb), 1999. I
primi lavori sul tema sono stati: R. Lautmann, W. Grikschat, E.
Schmidt, 1977; H.-G. Stümke, R. Finkler, 1981; R. Plant, 1986.
Una bibliografia sulla letteratura secondaria di lingua inglese,
messa a punto da Gerard Koskovich, è rintracciale sulla pagina
web http://members.aol.com/dalembert/lgbt_history/nazi_biblio.html.
Per altre informazioni on-line: http://www.kmlink.net.
[2]La redazione di questo mio contributo si basa sull'intervento
che ho svolto il 20 maggio 1996 all’Università di Beersheva, in
Israele, nell’ambito della rassegna: “Belated or timely memories:
the last phase of survivor literature”. Ringrazio espressamente
lo U. S. Holocaust Memorial Museum per il pluriennale sostegno
di cui ho usufruito nella mia funzione di ricercatore nel campo
della persecuzione degli omosessuali da parte del nazionalsocialismo.
[3] Fino al luglio 2001 ho condotto tre interviste con sopravvissuti
omosessuali - da Polonia, Olanda e Germania - per il Dipartimento
di Storia Orale dello U. S. Holocaust Memorial Museum, e altre
due con una lesbica esponente della Resistenza e un emigrante
ebreo omosessuale. Ringrazio per il particolare sostegno la direttrice
del Dipartimento, dottoressa Joan Ringelheim, e il suo assistente
Chris Johnson, senza i quali queste interviste non sarebbero state
possibili. La “Survivors of the Shoah Visual History Foundation”
(Los Angeles) ha condotto due interviste con sopravvissuti omosessuali,
grazie al lavoro determinante di Andrei Nicastro, che ha preparato
anche la mia intervista per la “Shoah Foundation” con un perseguitato
omosessuale polacco. Per Paragraph 175 (vedi nota 4) ho
condotto numerosi colloqui e interviste con sopravvissuti.
[4] Il film si fonda su una mia idea, che avevo proposto
come progetto comune ad entrambi i registi americani. Una produzione
con denaro tedesco sembrava allora impossibile. Il film – finanziato
senza alcuna partecipazione tedesca – ha ricevuto numerosi premi
e ha molto contribuito, negli ultimi anni, alla discussione sulla
persecuzione degli omosessuali da parte dei nazisti. Paragraph
175 (USA 2000; 82 minuti), regia di Rob Epstein e Jeffrey
Friedman; direttore della ricerca e produttore associato: Klaus
Müller. Prima americana: Sundance Film Festival, 2000. Prima europea:
Berlin Film Festival, 2000. Premi della giuria: Sundance Film
Festival – migliore direzione documentario; Berlin Festival –
Teddy Award – miglior documentario gay; Torino Gay Festival –
miglior documentario; Philadelfia Int’l Gay and Lesbian Film Festival
– miglior documentario; Seattle Lesbian & Gay Film Festival
– Award for Excellence. Riconoscimenti della critica: Berlin Film
Festival – Fipresci Award (Fédération International de la Presse
Cinématographique). Riconoscimenti del pubblico: Torino Gay Film
Festival ; Milano Gay Film Festival ; Pink Apple Film
Festival (Svissera) ; San Francisco International Exhibition
of Gay and Lesbian Films – Best Feature ; Film MiX Brasil
Festival of Sexual Diversity – miglior film ; Madrid Gay
and Lesbian Film Festival – miglior Feature film. Cfr. http://www.kmlink.net
e http://www.tellingpix.com/films/5.html.
[5] Ho effettuato l’intervista di otto ore con Frieda Belinfante
- che è stata una delle prime direttrici d'orchestra della storia
della musica - per lo U. S. Holocaust Memorial Museum; essa è
disponibile nella raccolta delle interviste di storia orale del
Museo. …but I was a girl (The life of Frieda Belinfante)
(Frame Media Productions, Olanda 1999; 69 minuti), regia di Toni
Boumans; assistente alla regia e intervista a Frieda Belinfante:
Klaus Müller. Prima televisiva: 1999; partecipazione ai Festival
di Milano, Los Angeles, Washington, Torino, San Francisco.
[6] Il documentario si confronta con la ricezione della
persecuzione storica nazista degli omosessuali da parte dell’odierna
generazione dei giovani omosessuali e delle giovani lesbiche.
Just happy the way I am (Slovenia/Olanda 1999; 45 minuti),
regia e coproduzione di Klaus Müller; coproduttore e cameraman:
Miha Lobnik. Prima: film d’apertura al Slovenian Gay and Lesbian
Filmfestivals, dicembre 1998. Proiezioni in Romania, Italia, Olanda,
Ucraina, Polonia, Germania, Lituania, Serbia.
[7] Cfr. anche K. Müller, 1999. Andreas Sternweiler,
Hans-Georg Stümke ed in particolare Lutz van Dijk sono stati
di grande aiuto in diverse fasi del mio lavoro..
[8] Furono da 10 a 15 mila gli uomini internati come omosessuali
nei campi di concentramento, un numero considerato realistico
dalla maggior parte degli storici. La percentuale dei morti viene
stimata del 60 per cento. Meno di 15 omosessuali hanno finora
infranto il silenzio fornendo testimonianza.
[9] Della costruzione della moderna identità omosessuale
si occupano numerosi lavori nell’ambito dei “gay and lesbian studies”,
ispirati principalmente dall’opera di Michel Foucault. Sullo specifico
sviluppo tedesco dell’identità omosessuale alla fine del XIX
secolo cfr. K. Müller, 1991.
[10] Fino al termine degli anni ’80 non si trova,
nelle principali rassegne e documentazioni sui campi di concentramento
nazisti, nessuna indicazione sugli omosessuali come gruppo di
vittime. Una partecipazione di gruppi omosessuali ai raduni negli
ex campi di concentramento venne a lungo impedita; soltanto negli
anni ’80, dopo anni di battaglia politica, fu loro permesso di
collocarvi targhe commemorative. Il numero crescente delle targhe
e delle lapidi segnala un lento cambiamento nell’opinione pubblica:
si trovano a Mauthausen (1984), Neuengamme (1985), Dachau (1987)
e Sachsenhausen (1992). Monumenti di carattere ammonitorio sono
stati eretti ad Amsterdam (1987), Berlin/Nollendorfplatz (1989),
Bologna (1990), Den Haag (1993), Frankfurt (1994) e Köln (1995).
[11] La “Iniziative – Der homosexuellen Opfern gedenken”
lavora dal 1996 ad un monumento centrale in ricordo delle vittime
omosessuali del nazismo: cfr. http://gedenk-ort.lsvd.de/index2.htm
e la registrazione della conferenza Der homosexuellen Opfer
gedenken (Heinrich-Böll-Stiftung, 1999). La “Pink Triangle
Coalition” è un’organizzazione internazionale di difesa formata
da otto gruppi di omosessuali in U.S.A., Europa e Israele, che
da alcuni anni rappresenta gli interessi dei sopravvissuti nei
dibattiti internazionali; cfr. http://www.kmlink.net.
Sul lavoro dello U. S. Holocaust Memorial museum cfr. www.ushmm.org;
J. Weinraub, 1994; E. T. Linenthal, 1995: 187-189; S. Hart, 1993:
37-39, 74; D. W. Dunlap, 1995 e la conferenza del Museo sul tema:
http://www.ushmm.org/research/center/april28/agenda/agenda.htm.
[12] Cfr. §175. Das Gesetz fällt - bleibt die Ächtung?,
“Der Spiegel”, n.20, 1969, p. 62
[13] Cfr. anche K. Müller, 1999.
[14] Le citazioni che seguono sono tratte dalla quarta
edizione tedesca (1993). Cfr. Anche la mia premessa all’edizione
americana (1994).
[15] Corrispondenza Wilhelm Kröpfl-Klaus Müller,
5 aprile 1995. Ringrazio veramente di cuore il signor Kröpfl per
avermi concesso il permesso di pubblicare alcuni passaggi della
nostra corrispondenza, per la sua disponibilità e il suo sostegno.
[16] Le citazioni che seguono sono tratte dall'edizione
tedesca (1996).
[17] Cfr. Anche le note all’edizione tedesca di Mario
Kramp, in particolare la nota 12 (pp.167-168).
[18] Cfr. l’intervista con Pierre Seel: Bearing
Witness, “Gay Times”, novembre 1989. Ringrazio particolarmente
Hans Soetaert (Gent), Karsten Witte (Berlin) e Adam Brown (New
York) per il loro aiuto nel portarea buon fine il mio contatto
con Pierre Seel.
[19] Cfr. l’intervista con Pierre Seel, Le détail
homo. Le témoignage et le combat d’un triangle rose, “Gay
Pied”, ottobre 1988.
[20] La dichiarazione dei sopravvissuti omosessuali,
sviluppatasi a partire da una mia corrispondenza con alcuni di
loro, venne pubblicata il 29 maggio 1995, cinquant’anni dopo la
loro liberazione. Cfr. D. W. Dunlap, 1995: A1 e B4. Fu sottoscritta
da otto sopravvissuti omosessuali provenienti da quattro paesi:
Polonia, Francia, Olanda e Germania.
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